Iniziare una relazione…

In una recente indagine sui nuovi tipi di relazione che tendono a sostituire il vecchio “finchè morte non ci separi” Stuart Jeffries nota l’onda crescente dell’impegno-fobia e la progressiva diffusione di “modelli a basso impegno che minimizzano l’esposizione al rischio”. (…)
Iniziare una relazione è sempre una faccenda rischiosa: le spine e le trappole che implica lo stare insieme tendono a rivelarsi in modo graduale, ed è difficile farne in anticipo un inventario completo. Iniziare una relazione con l’impegno di continuarla nella buona e nella cattiva sorte, qualsiasi cosa accada, è come firmare un assegno in bianco. Porta con sè la possibilità di dover affrontare disagi e pene ancora ignoti e inimmaginabili senza poter invocare alcuna clausola di risoluzione contrattuale. Le “nuove e migliorate” ralazioni ” a basso impegno” riducono la loro durata prevista alla durata della soddisfazione che offrono: l’impegno è valido finchè questa non finisca o non scenda sotto uno standard accettabile, e non un momento in più.”
“La tendenza a sostituire la provvisorietà alla durata…”
“Al suo limite estremo c’è il rapido aumento del numero di nuclei familiari composti da coppie che vivono insieme ma indignati dalla promessa di matrimonio”.
“Dall’altra parte, come ha riscontrato Stuart Jeffries (…) sebbene le nostre probabilità di assumere un qualsiasi impegno a lungo termine siano più scarse  che mai, i piaceri all’attaccamento, sentimentali e forse persino illusori, sopravvivono tra noi come fantasmi di vecchi modelli di essere. Verissimo. Ancora una volta ci accorgiamo che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Che non si mangia gratis. Che c’è un prezzo da pagare per ogni cosa che ci viene data.  (…) E così, lentamente, nasce quel piacere dei piaceri: il piacere dell’attaccamento (…). Quell’elusivo ma fin troppo reale e irresistibile piacere dell’Io-Tu, del viviamo l’uno per l’altro, del siamo una cosa sola. Il piacere di fare una differenza che non sia importante solo per sè. Di avere un effetto e lasciare un segno. Di sentirsi necessari e insostituibili. Una sensazione  profondamente piacevole anche se tanto difficile da ottenere e completamente irragiungibile, se non inconcepibile, quando ci si trova soli con la cura di sè, quando l’attenzione è concentrata in modo angusto sulla creazione, affermazione e valorizzazione di se stessi. Quella sensazione può venire solo dal sedimentarsi del tempo, di tempo riempito dalle cure – le cure che sono il filo prezioso di cui sono intessute le tele rilucenti dell’attaccamento e della comunanza”.

(tratto da: Zygmunt Bauman, L’arte della vita, Roma-Bari, Laterza, 2009)

Gabbiani

Gabbiani

(da “Poesie“, Vincenzo Cardarelli)

 Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io son come loro

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,

la gran quiete marina:

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca.